Il giorno in cui mio padre se ne andò
A dieci anni la mia famiglia si spezzò. Ventun anni dopo, a trentuno, nacque il mio secondo figlio. Cosa accade quando osserviamo questi due eventi non separatamente, ma come parti della stessa biografia?
Ho pensato a lungo a quale potesse essere il modo migliore per parlare di biografia umana. Poi mi sono resa conto che forse potevo cominciare dalla biografia che conosco più intimamente: la mia.
Non per raccontare semplicemente la mia storia, ma per osservarla. Tornare indietro ad alcuni momenti della mia vita con gli occhi della donna che sono oggi, cercare connessioni, ritmi, ripetizioni, polarità. Mettere uno accanto all’altro avvenimenti apparentemente lontanissimi e vedere se, lentamente, comincia a comparire un filo.
Quando mi sono chiesta da dove iniziare, mi è tornato in mente un giorno preciso. Uno di quei giorni che dividono una vita in un prima e un dopo: il giorno in cui mio padre se ne andò di casa.
L’ultima estate
Era la fine dell’estate del 1997. Avevo dieci anni e ne avrei compiuti undici a novembre. Io e mio fratello, più piccolo di me di cinque anni, trascorrevamo generalmente le vacanze estive dividendoci tra le case al mare dei nostri nonni.
I miei nonni materni avevano una villetta sulla costa orientale del Golfo di Cagliari. I miei nonni paterni, invece, sulla costa occidentale. Così si usava un tempo: i genitori continuavano a lavorare e noi bambini, da giugno a settembre, ci trasferivamo in villeggiatura con i nonni.
Quell’estate, però, ebbi la sensazione che ci fosse qualcosa di strano. Durante le tre settimane trascorse con i miei nonni paterni, mia madre non venne a trovarci neanche una volta. Era insolito, perché normalmente usciva dal lavoro intorno alle sette di sera e percorreva circa quaranta chilometri soltanto per raggiungerci, stare un po’ con noi, darci la buonanotte e poi tornare a casa.
Quell’anno niente. Tre settimane senza vederla. Non ricordo di essermi posta consapevolmente delle domande, ma ricordo la sensazione che qualcosa non tornasse.
Eppure fu un’estate meravigliosa. Fu l’estate in cui Denny Mendez venne eletta Miss Italia. Ricordo le serate sotto il gazebo con mia nonna, a guardare le concorrenti sfilare e a ridere dei suoi commenti. Mia nonna era una donnona dall’umorismo pungente e quell’estate diede il meglio di sé.
Trascorse con noi ogni minuto. Passeggiavamo per il borgo, raccoglievamo pinoli e asparagi e, passando davanti alle ville, lei inventava storie improbabili. Quella era la casa in cui i nani avevano nascosto Biancaneve, quell’altra invece era infestata dai fantasmi.
Oggi, guardando quell’estate con gli occhi dell’adulta, mi viene da pensare che forse mia nonna sapesse perfettamente quello che stava per accadere. Forse stava semplicemente cercando di regalarci dei ricordi felici prima del nostro ritorno a casa. Non posso saperlo. So soltanto che quella fu l’ultima estate che trascorsi con i miei nonni paterni.
La lettera sul comò
I primi giorni di settembre tornammo a casa. Ricordo mia madre che piangeva e mio padre che parlava. Non ricordo le parole, né riesco a ricostruire esattamente la sequenza di quel momento. Ricordo però con chiarezza la mia confusione.
Entrai nella camera dei miei genitori. Forse cercavo una risposta. E qui c’è una cosa importante da dire quando si lavora con la propria biografia: non so se gli avvenimenti siano andati esattamente come li ricordo. Ma questo è il ricordo che è rimasto dentro di me, ed è da questo ricordo che oggi posso partire.
Sul comò della camera c’era un foglio. Ricordo ancora quel mobile: laccato nero, con il piano di marmo beige. Presi il foglio e lo lessi.
Era una lettera dell’avvocato di mio padre. Comunicava formalmente che avrebbe lasciato il tetto coniugale. Non so quanto una bambina di dieci anni potesse comprendere il significato giuridico di quelle parole, ma ricordo perfettamente quello che compresi io: papà se ne va.
E, nella mia esperienza di bambina, quella frase significò una cosa molto precisa: papà ci sta abbandonando.
Non sapevo dove sarebbe andato. Non sapevo cosa sarebbe successo a mia madre, a mio fratello, a me. Non sapevo come sarebbe stata la nostra vita dal giorno successivo. Sapevo soltanto che fino a quel momento era esistita una forma — la mia famiglia, la mia casa, mio padre, mia madre, noi figli — e improvvisamente quella forma si stava rompendo.
Avevo dieci anni. Ed è proprio quell’età a rendere oggi questo ricordo ancora più interessante ai miei occhi.
Cosa accade intorno ai dieci anni?
Nella concezione antroposofica dello sviluppo umano, a dieci anni mi trovavo nel secondo settennio, quello che va indicativamente dai sette ai quattordici anni. Ero anche vicina a un passaggio che nella pedagogia Waldorf viene tradizionalmente chiamato Rubicone, collocato intorno ai nove-dieci anni.
L’immagine viene dal Rubicone attraversato da Cesare: un confine dopo il quale non è più possibile tornare semplicemente indietro. Qualcosa di simile avverrebbe interiormente nel bambino. Il mondo dell’infanzia, nel quale fino a poco tempo prima era completamente immerso, comincia lentamente a diventare qualcosa che può osservare anche da fuori.
La separazione tra io e mondo diventa più percepibile. Anche i genitori possono iniziare a essere guardati diversamente: non sono più soltanto parte dell’ordine naturale delle cose, ma persone di cui il bambino comincia a intravedere limiti, contraddizioni e fragilità.
Ed è qui che, osservando la mia storia, nasce una domanda: che cosa accade quando, proprio mentre un bambino sta attraversando interiormente questa separazione, anche il suo mondo esteriore si separa realmente? Che cosa accade quando non gli viene lasciato il tempo di abituarsi a questa nuova percezione del mondo e la realtà lo spinge improvvisamente verso qualcosa di molto più adulto?
Non voglio rispondere dicendo: “Mi è successo questo a dieci anni, quindi oggi sono così”. Il lavoro biografico che mi interessa fare è quasi il contrario. Voglio osservare.
Mettere gli eventi in relazione
Nel lavoro biografico di orientamento antroposofico osserviamo la vita attraverso cicli di sette anni. I primi tre settenni, dalla nascita ai ventuno anni, sono legati soprattutto allo sviluppo corporeo. Dai ventuno ai quarantadue attraversiamo i cosiddetti settenni dell’anima, nei quali acquistano progressivamente centralità l’individualità adulta, le relazioni, il lavoro, le scelte e il nostro modo di stare nel mondo.
Dai quarantadue ai sessantatré si aprono poi i settenni dello spirito, nei quali ciò che abbiamo costruito e trasformato dentro di noi può progressivamente diventare qualcosa che portiamo agli altri e al mondo.
La parte che trovo più affascinante, però, è che queste età non vengono osservate come compartimenti isolati. Possiamo metterle in relazione.
Così, ciò che accade intorno ai dieci anni può essere osservato accanto a ciò che accade intorno ai trentuno e, successivamente, ai cinquantadue. Non significa che un evento causi l’altro. Significa piuttosto chiedersi se esista qualcosa che ritorna: un tema, una domanda, una polarità, forse un filo.
Ventun anni dopo
Quando è nato Leonida avevo trentun anni. Mi trovavo nel settennio che va dai ventotto ai trentacinque anni, una fase particolare della biografia adulta.
È un periodo in cui ciò che abbiamo ricevuto dalla famiglia, dall’educazione, dall’ambiente nel quale siamo cresciuti e dalle aspettative degli altri può cominciare sempre più a confrontarsi con una domanda: che cosa, di tutto questo, è veramente mio?
È un tempo in cui spesso costruiamo, scegliamo, consolidiamo una professione, una relazione, una famiglia. Oppure ci accorgiamo che la forma della vita costruita fino a quel momento non corrisponde più alla persona che stiamo diventando.
E proprio a trentun anni, ventun anni dopo quell’estate del 1997, nella mia biografia compare un’immagine quasi opposta.
A dieci anni assistevo alla disgregazione della famiglia nella quale ero nata. A trentun anni nasceva il mio secondo figlio.
A dieci anni ero una bambina dentro una decisione presa dagli adulti. A trentun anni ero una donna che partecipava alla costruzione della propria vita.
Da una parte c’era una separazione, dall’altra una nascita. Da una parte una forma familiare che si rompeva, dall’altra una nuova forma familiare che si costruiva.
Non voglio dire che mio figlio sia arrivato per riparare ciò che era accaduto ventun anni prima. Sarebbe troppo semplice. Ma posso mettere queste due immagini una accanto all’altra e osservare la polarità.
Ed è forse proprio questo che mi interessa del lavoro biografico: non trovare una spiegazione per tutto ciò che ci è accaduto, ma scoprire che, a distanza di molti anni, la vita può rimetterci davanti allo stesso grande tema da una posizione completamente diversa.
A dieci anni c’era la famiglia che ricevevo. A trentun anni, la famiglia che stavo creando.
Alla ricerca del filo
Forse il filo della nostra vita non è qualcosa che possiamo vedere mentre lo stiamo tessendo. Forse possiamo riconoscerlo soltanto voltandoci indietro e osservando con un po’ più di distanza.
Possiamo chiederci quali immagini ritornano, quali temi attraversano epoche apparentemente lontanissime della nostra vita, dove qualcosa si spezza, dove cambia forma e dove, molti anni dopo, qualcosa sembra ricomporsi.
È quello che voglio provare a fare attraverso questi racconti: prendere la mia biografia, un episodio alla volta, e osservarla. Non perché io conosca già il significato della mia storia, ma proprio perché voglio cercarlo.
E forse, mentre io cerco il filo della mia vita, a te verrà voglia di voltarti indietro e cominciare a cercare il tuo.
Questo articolo nasce da un episodio di Da fenice a fenice, il mio podcast dedicato alla biografia umana, all’antroposofia e ai processi di trasformazione. Se vuoi continuare questo viaggio insieme a me, puoi iscriverti al podcast e ascoltare i prossimi episodi.