Perché a quarant’anni torniamo a innamorarci dei ragazzi del college?
Il successo di Off Campus tra le donne adulte non è necessariamente una regressione adolescenziale. Forse, proprio quando una parte della vita è ormai stata costruita, abbiamo bisogno di tornare a incontrare la ragazza che eravamo prima di costruirla.
C’è qualcosa di curioso nel successo di Off Campus. Sulla carta, una donna di quarant’anni dovrebbe avere ben poco da spartire con Hannah Wells, Garrett Graham e un gruppo di ventenni che si innamorano tra lezioni universitarie, feste, sesso, amicizie e partite di hockey. Eppure non è andata così.
La serie tratta dai romanzi di Elle Kennedy è diventata un fenomeno enorme anche fuori dal pubblico strettamente New Adult. In Italia, sull’onda dell’adattamento televisivo, i libri hanno venduto oltre 150.000 copie in appena quattro settimane e tre titoli della saga sono entrati contemporaneamente nella Top Ten. E il fenomeno delle quarantenni innamorate delle serie romantiche adolescenziali è diventato abbastanza evidente da essere analizzato apertamente anche dalla stampa internazionale.
La spiegazione più immediata sarebbe liquidare tutto come evasione. Abbiamo quarant’anni, figli, lavoro, bollette, matrimoni, separazioni, genitori che invecchiano, agende impossibili; per otto episodi vogliamo semplicemente tornare al college e innamorarci del capitano della squadra di hockey.
Può darsi.
Ma forse c’è qualcosa di più interessante.
Perché proprio intorno ai quarant’anni?
L’età in cui la vita comincia a essere anche passato
C’è una differenza sostanziale tra avere venticinque anni e averne quaranta. A venticinque anni gran parte della propria biografia è ancora davanti a noi. Possiamo immaginare molte vite possibili: chi ameremo, dove vivremo, quale lavoro faremo, se avremo figli, chi diventeremo.
A quaranta molte di quelle possibilità sono diventate scelte.
Abbiamo amato alcune persone e non altre. Abbiamo preso una strada professionale rinunciando inevitabilmente ad altre. Forse abbiamo costruito una famiglia. Abbiamo lasciato città, amici, lavori. Alcune promesse che avevamo fatto a noi stesse sono state mantenute, altre dimenticate.
Per la prima volta la quantità di vita già vissuta comincia ad avere un peso sufficiente da poter essere osservata come una storia.
Ed è interessante che proprio negli adulti sopra i quarant’anni la ricerca sulla memoria autobiografica osservi un fenomeno molto solido chiamato reminiscence bump: tendiamo a ricordare in maniera sproporzionata eventi avvenuti tra l’adolescenza e la prima età adulta, indicativamente tra i 10 e i 30 anni.
Non sono necessariamente gli anni più belli della nostra vita. Sono però gli anni nei quali accadono moltissime “prime volte” e nei quali si costruisce una parte decisiva della nostra identità. Le ricerche mostrano che i ricordi appartenenti a questo periodo tendono a essere particolarmente legati a eventi nuovi, transizioni e momenti importanti per la costruzione del sé.
E cosa fa un romance universitario?
Ci riporta esattamente lì.
Non necessariamente al nostro vero passato, ma nel territorio psichico nel quale tutto sembrava ancora possibile.
Forse Garrett non ci ricorda un uomo. Ci ricorda noi
Questa è la prima ipotesi che trovo interessante.
Quando una donna di quarant’anni si appassiona alla storia di due ventenni, forse non sta fantasticando semplicemente sul protagonista maschile. Sta tornando in contatto con la propria versione ventenne.
Con la ragazza che non sapeva ancora chi avrebbe sposato. Che poteva ancora cambiare città senza chiedersi quale scuola avrebbero frequentato i figli. Che non conosceva ancora l’esito delle proprie scelte.
Il romance ci restituisce qualcosa che nella vita adulta diventa rarissimo: l’indeterminatezza.
Noi sappiamo già chi abbiamo sposato. Hannah ancora no.
Sappiamo quale lavoro abbiamo scelto. Lei sta ancora immaginando il futuro.
Conosciamo già alcune delle nostre rinunce. I personaggi non hanno ancora dovuto compierle.
Per qualche ora possiamo abitare nuovamente quel momento della biografia in cui le strade erano ancora tutte aperte.
E forse la nostalgia non riguarda affatto il desiderio di avere di nuovo vent’anni. Riguarda il desiderio di incontrare per qualche momento la donna che eravamo quando non sapevamo ancora come sarebbe andata a finire.
A quarant’anni l’amore non è più soltanto innamoramento
C’è poi una seconda ipotesi, molto meno nostalgica.
Una relazione a quarant’anni porta inevitabilmente con sé la vita reale. Ci sono la casa, i figli, la stanchezza, il lavoro, l’organizzazione familiare, il denaro, i parenti, le malattie, la spesa da fare e qualcuno che deve ricordarsi di comprare il detersivo.
Questo non significa che l’amore sia diventato meno profondo. Può essere esattamente il contrario.
Ma è diventato incarnato nella realtà.
Il romance compie un’operazione narrativa radicale: elimina quasi tutto il rumore e riporta la relazione al centro.
Chi sceglierà chi? Mi vede davvero? Mi desidera? Posso fidarmi? Mi sceglierà quando mi mostrerò vulnerabile? Posso essere amata senza diventare qualcun’altra?
Sono domande enormi mascherate da storielle d’amore.
Ed è probabilmente una delle ragioni per cui il romance contemporaneo funziona così bene. Le sue fantasie non ruotano più soltanto intorno all’uomo bello e desiderabile. Sempre più spesso mettono al centro uomini emotivamente disponibili, capaci di ascoltare, di esprimere sentimenti e di rispettare desiderio e consenso femminili; contemporaneamente, le protagoniste possono essere autonome, ambiziose, sessualmente consapevoli e vulnerabili senza che una caratteristica debba cancellare l’altra.
Forse quindi una quarantenne non guarda Off Campus perché vorrebbe davvero vivere con un giocatore di hockey ventenne.
Forse guarda una rappresentazione concentrata di qualcosa che continua a desiderare anche a quarant’anni: essere vista, scelta, desiderata e incontrata emotivamente.
E poi ci sono gli amori che non abbiamo vissuto
C’è una terza possibilità, più delicata.
Intorno alla metà della vita cominciamo inevitabilmente a incontrare anche le nostre vite non vissute.
Non necessariamente con rimpianto. Semplicemente diventano visibili.
La persona che avremmo potuto amare. Il ragazzo al quale non abbiamo mai detto niente. La relazione che abbiamo lasciato. Quella che avremmo dovuto lasciare prima. La sessualità che allora vivevamo con più paura. La ragazza che cercava disperatamente di essere scelta, quando oggi saprebbe scegliere lei.
Un romance ci permette di riaprire simbolicamente quelle possibilità senza distruggere nulla della nostra vita reale.
Possiamo vedere Hannah fare una scelta diversa dalla nostra. Possiamo innamorarci insieme a lei. Possiamo rivivere l’attesa del primo bacio sapendo perfettamente che, quando spegneremo lo schermo, saremo ancora nella nostra casa.
La narrativa ha sempre avuto anche questa funzione: permetterci di vivere vite che non sono la nostra.
A quarant’anni, però, quelle vite alternative hanno una consistenza diversa. Perché ormai sappiamo quali possibilità abbiamo effettivamente lasciato indietro.
La lettura biografica: 38, 39, 40, 41, 42
E poi c’è la prospettiva che personalmente mi interessa di più: quella biografica.
Nella lettura antroposofica della biografia umana, tra i 35 e i 42 anni attraversiamo l’ultimo dei tre settenni dell’anima. Ci stiamo avvicinando a una grande soglia: intorno ai quarantadue anni termina quella lunga fase della vita adulta che, iniziata a ventuno, è stata fortemente orientata alla costruzione dell’identità e del nostro posto nel mondo.
Casa. Professione. Relazioni. Famiglia. Ruolo sociale.
Verso la fine dei trent’anni può cominciare a emergere un’altra domanda.
Io sono davvero tutto ciò che ho costruito?
È una domanda molto diversa da quella dei vent’anni.
A vent’anni chiediamo: chi diventerò?
Intorno ai quaranta possiamo iniziare a domandarci: chi sono diventata? E cosa è rimasto della persona che ero prima di diventarlo?
È qui che, secondo me, il ritorno alle storie adolescenziali diventa biograficamente affascinante.
Forse non stiamo tornando indietro perché non vogliamo crescere.
Forse torniamo indietro proprio perché siamo cresciute.
Abbiamo bisogno di recuperare qualcosa prima di attraversare la soglia successiva.
Forse stiamo cercando la ragazza, non il ragazzo
Questa è l’ipotesi che mi convince di più.
Una donna intorno ai quarant’anni potrebbe guardare una storia d’amore adolescenziale credendo di desiderare Garrett, quando in realtà sta cercando Hannah.
O meglio: sta cercando se stessa quando aveva l’età di Hannah.
Che cosa desideravo allora? Di cosa avevo paura? Come volevo essere amata? Quanto del mio desiderio era veramente mio e quanto proveniva dall’idea che avevo imparato dell’amore? Chi ero prima di diventare moglie, madre, professionista, compagna, caregiver, responsabile di cento cose?
Non per tornare a quella ragazza.
Per recuperarla.
C’è una differenza enorme.
Crescere non dovrebbe significare abbandonare tutte le persone che siamo state lungo la strada. Forse la maturità consiste anche nel poterle riprendere dentro di noi in una forma nuova.
E allora una serie apparentemente leggerissima su alcuni studenti universitari può toccare qualcosa di sorprendentemente profondo.
C’è anche una spiegazione molto più semplice
Naturalmente non tutto deve essere trasformato in una crisi biografica.
Off Campus funziona anche perché il romance è costruito per essere gratificante. Ha tensione, desiderio, ostacolo, vulnerabilità e risoluzione. Sappiamo grosso modo dove arriveremo, ed è proprio questo il piacere.
Un critico intervistato da El País a proposito del successo dei romance tra le quarantenni lo descrive in maniera efficace: la ripetizione degli archetipi narrativi produce qualcosa di simile al calore di casa; sappiamo cosa siamo venute a cercare.
In una fase della vita spesso sovraccarica di imprevedibilità reale, una storia nella quale possiamo attraversare il conflitto sapendo che probabilmente arriverà una ricomposizione può essere semplicemente piacevole.
Non tutto ciò che ci fa bene deve necessariamente essere difficile.
Forse non vogliamo avere di nuovo vent’anni
Ed è qui che smetterei di sorridere davanti alla quarantenne che divora romance universitari.
Perché forse non vuole affatto tornare indietro.
Forse sta facendo qualcosa che appartiene profondamente alla seconda metà della vita: rileggere la prima.
La psicologia della memoria ci dice che, superati i quarant’anni, adolescenza e prima età adulta acquistano una particolare accessibilità autobiografica. Il lavoro biografico ci offre un’altra immagine: proprio avvicinandoci alla soglia dei quarantadue anni possiamo iniziare a guardare ciò che abbiamo costruito e domandarci cosa vogliamo portare con noi nella fase successiva.
Sono due prospettive molto diverse e non vanno confuse. Ma entrambe suggeriscono qualcosa di interessante.
A metà della vita, il passato può tornare a bussare.
Una canzone. Un profumo. Una persona. Una serie televisiva sciocca che sciocca, improvvisamente, non sembra più.
E magari, mentre pensiamo di esserci innamorate di Garrett Graham, stiamo semplicemente incontrando di nuovo una ragazza che avevamo lasciato indietro molti anni fa.
Noi stesse.